"Una cosa che va detta sui progetti concettuali di fotografia d'arte" evidenzia Kaupo Kikkas "è che il lavoro di creazione delle immagini avviene molto più al di fuori della fotocamera rispetto alla fotografia normale. Puoi trascorrere anche un anno e mezzo a immaginare, pianificare, cercare la giusta location, poi scatti e in un paio d'ore è tutto finito".
"Non va sempre così a rilento" sorride. "Alle volte le immagini arrivano in un lampo. Ma, la realtà è che per completare progetti di questo tipo, puoi impiegare anche fino a dieci anni. Quando poi ogni elemento è al suo posto e il progetto è finito, non si smette mai di essere autocritici ma, dal punto di vista creativo, il processo può dare molte soddisfazioni".
Trascorrendo il suo tempo tra una carriera di successo nella fotografia musicale creativa, per cui si occupa di copertine di riviste, album e poster, e progetti d'arte come Inner Cosmos, è in questi ultimi che Kaupo sente di poter tirare fuori il lato più meticoloso del suo carattere. "Posso realizzare immagini che pongono domande sul carattere dell'umanità e sul mondo che abbiamo creato" spiega.
Questo tipo di fotografia più forte, meditabonda, è certamente in contrasto con la maggior parte delle immagini che divoriamo quotidianamente e, secondo Kaupo, progetti di questo tipo possono avere difficoltà nel farsi notare in questo fiume di immagini. "La quantità di fotografie che circola nel mondo è così estrema che spesso diventa difficile scovare gli autori più seri perché non sono così glamour. Non trasmettono quel tocco di gratificazione istantanea data invece dai meravigliosi scatti di isole tropicali, natura selvaggia o modelli. Tuttavia, è importante mettere in discussione quegli spazi e la fotografia artistica vecchio stile sta vivendo una sorta di rinascita nel farlo. Mentre gran parte della fotografia concettuale include aspetti legati al dolore o alla preoccupazione per il pianeta e l'essere umano, io tento sempre di creare immagini in uno stile garbato, accattivante, esteticamente piacevole".
Il progetto, un mix surreale di aspetti socio-antropologici, ispirazione letteraria e tropi mitologici, realizzato interamente in un aspro bianco e nero, spinge gli spettatori, e il suo creatore, a un esercizio mentale, afferma Kaupo. Sotto forma di mostra e di libro, il progetto include una bellissima colonna sonora originale e passaggi di testo dei collaboratori e dello stesso Kaupo. "L'accompagnamento scritto è sovente requisito delle mostre d'arte" spiega, "sebbene spesso chieda agli spettatori di iniziare guardando l'immagine da soli, per riflettere su cosa significa per loro e solo dopo prendere spunti dai commenti degli altri. La reazione che si ottiene in questo modo è la più pura."
Kaupo ammette che, grazie alla sua α7R IV di Sony, utilizza la fotocamera "in una maniera incredibilmente vecchio stile, con la messa a fuoco manuale, i singoli fotogrammi… quindi il mio elogio va tutto alla qualità strabiliante di questa tecnologia. Con una fotocamera come questa, non esistono trappole tecniche che costano tempo o che rendono una location inutilizzabile. Riesci a ottenere ciò che ti serve molto velocemente".
"Grazie alla sua gamma dinamica e alla qualità dell'immagine" prosegue "non devi preoccuparti di aggiungere luci o di spingere sull'ISO. La dimensione dei file e la purezza a valori ISO più alti indicano che le limitazioni per gli artisti sono davvero pochissime. Alcune stampe della mostra hanno una lunghezza di 1,5 m e sono state scattate a un valore ISO 800, senza preoccuparsi del rumore. Per una stampa delle dimensioni della copertina di una rivista puoi lavorare a 3200 senza problemi ossia a 6400 per una mezza pagina: non è straordinario?”
Kaupo afferma che questa qualità è sostenuta dagli obiettivi α che utilizza. "Il mio elogio va anche agli obiettivi perché quando realizzi queste grandi stampe, l'ottica gioca un ruolo di prim'ordine. La fotografia è sempre stata prodotta su larga scala ma mai alla qualità che un obiettivo come l'FE 24-70 mm f/2.8 GM può produrre".
Indipendentemente dalla durata della sua pianificazione o dall'efficienza dell'esecuzione, un progetto deve pur finire e, anche in questo caso, la decisione è un fatto puramente creativo. "Ciò è vero per tutti gli artisti visivi, musicisti o scrittori. Racconti pur sempre una storia, metti insieme delle cose, ma hai poi bisogno di mettere la parola "Fine". In qualsiasi progetto solista, litighi molto con te stesso. Sei allo stesso tempo accusa, difesa e giudice e devi prendere una decisione sulla fine. In questo caso, l'ultima immagine della mostra è stata "Angel of Conclusion". Ironicamente, quell'immagine della luce solare che attraversa le nuvole è stata, tra tutte, una di quelle meno pianificate. La luce solare è apparsa proprio nel momento giusto. Un vero dono della natura".
"Impegnati e ama il tuo lavoro. Il resto verrà da sé".