La carriera fotografica di Natan Dvir è iniziata relativamente tardi, quando a 30 anni ha lasciato il mondo degli affari per diventare un fotografo editoriale e fotoreporter, fino ad affermarsi come artista che espone in musei e gallerie. Oggi è il Direttore generale dell’istruzione presso lo Houston Centre for Photography e i suoi lavori sono stati pubblicati sulle più importanti riviste del mondo. Nonostante i fitti impegni, Natan continua a dare spazio e importanza ai progetti personali che realizza con la sua fotocamera α1 di Sony.
“Quando lavori a un progetto hai modo di portare avanti un pensiero e creare conversazioni più ampie”, spiega. “Inizi a esplorare delle idee e a scandagliare le situazioni”. Per Natan le opere personali consentono ai fotografi di lavorare sulla propria arte: “Devi analizzare la tua creazione in maniera approfondita: quali idee vuoi espandere all’interno delle sequenze e come diventare ‘narratore’ con le immagini?”.
Il recente progetto di Natan, ‘Subway Diaries’, continua il discorso già iniziato con un suo lavoro precedente, ‘Platforms’ (2013-2017). “Con ‘Platforms’ ho voluto esplorare la solitudine nelle grandi città”, precisa Natan, “L’ho scattato con la mia Single Lens Reflex e solo dopo la stampa mi sono reso conto dei limiti della tecnologia: era presente del rumore e la nitidezza era andata persa. La scelta di affidarmi alla potente fotocamera α1 per ‘Subway Diaries’ ha segnato una svolta”.
Abbiamo chiesto a Natan quale caratteristica della sua fotocamera α1 apprezza maggiormente, ma, a quanto pare, non è riuscito a sceglierne solo una. “È uno strumento straordinario in grado di fare tutto ciò di cui ho bisogno: immagini ad alta risoluzione, prestazioni eccezionali in condizioni di scarsa illuminazione… non posso far altro che parlarne in termini positivi!”, ha risposto con entusiasmo. “Presenta numerose funzionalità che sfrutto regolarmente. In particolare, mi piacciono tantissimo il mirino di grandi dimensioni e lo schermo, specialmente quando la luce è intensa. Non c’è ritardo e la messa a fuoco è intelligente e veloce tanto da non farmi mai rischiare di perdere dei fotogrammi”.
Natan fa riferimento al motto di Robert Capa: ‘Se le foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino’. Natan condivide questa stessa filosofia che attua nei suoi progetti anche attraverso la scelta delle ottiche. “Invece di scattare a distanza, preferisco avvicinarmi al mio soggetto,” chiarisce. “Uso gli obiettivi FE 16-35mm f/2.8 GM, FE 70-200mm f/2.8 GM OSS ed FE 24mm f/1.4 GM di Sony, ma quello che prediligo è il modello FE 24-70mm f/2.8 GM II perché mi fornisce l’equilibrio perfetto per le situazioni che fotografo, in particolare in termini di distanze di scatto”.
Poi aggiunge: “Il 16-35mm può essere utile quando ho bisogno di avvicinarmi per riprendere una scena intera, ma, in genere, preferisco usare il 24-70mm e fare un passo indietro. Il 24mm è ideale in condizioni di scarsa illuminazione e il 70-200mm è il mio obiettivo preferito per la fotografia commerciale e i ritratti”.
Nell’ambito del suo lavoro, Natan si occupa anche di guidare tour fotografici in tutto il mondo, evitando le mete turistiche più gettonate a favore di luoghi autentici, in grado di rivelare storie e personaggi veri. Proprio per questo, durante un recente viaggio a Cuba, ha volutamente evitato di riprendere le auto d’epoca e altri cliché. “Ci sono stati momenti speciali a Cuba. Nello scatto della donna che cammina per strada con un ombrello, anche se avevo colto in anticipo come si sarebbe potuta svolgere la scena, la vera sfida era poi riuscire a immortalarla”. Natan ha realizzato l’immagine con la sua fotocamera α1 e con questo progetto ha messo in mostra degli squarci di realtà dell’isola.
“Uno scatto mostra degli uomini che rovesciano i rifiuti su un telone prima di gettarli nel camion della spazzatura. Deve essere un lavoro davvero sgradevole, eppure lo fanno senza perdere il sorriso. La serie fotografica racconta una storia che ti fa comprendere il livello di povertà che esiste lì e la diversa quotidianità delle persone”.
Durante la sua visita a un valico illegale di confine tra il Messico è il Guatemala, Natan ho avuto modo di ‘accendere una luce’ su altri eventi. “Abbiamo fotografato per ore entrambi i lati della frontiera e abbiamo visto trafficare illegalmente prodotti agricoli e persone. Per i primi 15 minuti non ho fatto altro che osservare, senza scattare, cercando di dare un senso alla situazione, cercando di capire quali fossero gli elementi chiave della realtà che avevo davanti”.
Nel piccolo villaggio di Todos Santos, nel Guatemala, gli indigeni indossano abiti caratteristici: gli uomini hanno dei pantaloni a righe e camicie bianche e le donne vestono spesso di rosso. Invece di limitarsi a fotografare singoli ritratti, Natan ha cercato di scavare più a fondo.
“Non mi accontento di mostrare semplicemente la vita quotidiana di chi indossa questi capi”, chiarisce, “ma di dare risalto ai sarti che lavorano i tessuti e ai mercanti che li commerciano, perché anche questo fa parte del racconto di questo vestiario”.
Armato della sua fotocamera α1 e delle ottiche G Master di Sony, Natan è in grado di creare una collezione di opere che esprimono bel oltre ciò che si vede nelle immagini. “Mi piace esplorare diversi fenomeni culturali, sociali e politici”, afferma.
“Alcuni momenti sono perfetti per essere immortalati in foto individuali, ma non è possibile comprendere l’intera storia partendo da una sola immagine”. Aggiunge, quindi: “La combinazione delle immagini crea un’impressione diversa, un’esperienza completa di ciò che sta accadendo”.
"Essere un fotografo non è ciò che faccio, è ciò che sono"